La Prevenzione del Suicidio in Adolescenza

 

 

 

 

Un tema delicato su cui è necessario rompere il silenzio per parlarne in ottica preventiva. Famiglia, scuola e l’intera comunità possono affidarsi alla psicologia e agli specialisti che si occupano del funzionamento mentale per comprendere il fenomeno e proteggere i propri figli dal rischio suicidario. Una prevenzione efficace coinvolge tutti i sistemi di appartenenza dell’adolescente, durante questo seminario gratuito proporremo riflessioni e strategie preventive.

La psicoterapia con le famiglie ricostituite

 

 

 

Come aiutare un figlio di genitori separati che presenta difficoltà scolastiche, agitazione, ansia o difficoltà alimentari? Il lavoro più veloce ed economico è quello effettuato convocando in seduta il figlio ed eventuali fratelli insieme ai genitori. La famiglia separata ha a disposizione risorse che talvolta si pensa siano andate perdute con la fine del matrimonio o della convivenza; in terapia è possibile farle emergere e potenziarle. Ulteriore fonte di risorse sono i fratelli nati da nuove unioni degli ex-partner e grande aiuto può scaturire dalle sedute congiunte alla presenza dei nuovi partner dei genitori. L’incontro familiare, prima per sottogruppi e poi congiunto consente di mettere in comunicazione tutti i membri della famiglia allargata e di trovare insieme strategie nuove per aiutare il figlio.

La prevenzione del suicidio in adolescenza

Un evento gratuito per acquisire informazioni chiare sul delicato tema della prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo in adolescenza. In che modo la psicologia spiega questi preoccupanti fenomeni? Come intervenire? Quali sono i fattori di rischio, quali i fattori di protezione per i propri figli? Quando la psicoterapia può essere d’aiuto? Quali segnali deve poter cogliere la famiglia? Risponderemo a queste domande durante l’incontro, rivolto a genitori, insegnanti, educatori e a tutti gli adulti che desiderano essere informati e partecipare attivamente ad una cultura della prevenzione.

Come va con me?

Ho imparato a fare questa domanda grazie ad una mia didatta che durante le sue giornate di formazione aveva l’abitudine di chiedere a noi allievi come ci sentissimo nella relazione con lei. Credo sia una domanda essenziale per la buona riuscita di una relazione, sia essa formativa, terapeutica, professionale, passionale, educativa, genitore-figlio. Si tratta di un quesito da porre con delicatezza e attenzione: il tono di voce e l’espressione del volto devono essere autentici, interrogativi ma non supplichevoli o minacciosi, genuinamente curiosi, in ascolto. Si corre infatti il rischio di inviare implicitamente all’allievo, al paziente, al partner, al collaboratore, all’alunno, al figlio, una richiesta di rassicurazione, una sorta di “dammi conferma della bontà del mio modo di fare”: questo appesantirebbe la relazione e farebbe sentire l’altro costretto ad essere condiscendente. Prima di porre il quesito è essenziale domandarsi se si è liberi dal bisogno di essere confermati e pronti a ricevere critiche e, se necessario, a cambiare. Se sì, con questa semplice domandasi darà respiro alla relazione, rilanciandola su basi rinnovate e consentendo la crescita di tutte le persone coinvolte in essa.