La Prevenzione del Suicidio in Adolescenza

 

 

 

 

Un tema delicato su cui è necessario rompere il silenzio per parlarne in ottica preventiva. Famiglia, scuola e l’intera comunità possono affidarsi alla psicologia e agli specialisti che si occupano del funzionamento mentale per comprendere il fenomeno e proteggere i propri figli dal rischio suicidario. Una prevenzione efficace coinvolge tutti i sistemi di appartenenza dell’adolescente, durante questo seminario gratuito proporremo riflessioni e strategie preventive.

La scelta della scuola superiore

La scelta della Scuola Superiore costituisce un processo di primaria importanza in adolescenza. Per sostenere i figli in questa fase così delicata è necessario sapere di cosa si compone la motivazione scolastica e come questa incida profondamente sulla scelta, oltre ad avere informazioni chiare su quali siano gli indirizzi di studio superiore offerti dal territorio. Durante l’incontro presenterò il contributo della ricerca scientifica sulla motivazione, risponderò alle vostre domande sulle strategie migliori per accompagnare i ragazzi alla scelta e fornirò informazioni dettagliate sugli indirizzi. L’evento è gratuito e i posti sono limitati, è necessario iscriversi con una mail indicando nome cognome e numero di cellulare a info@alessandraspera.it oppure sms/whatsapp al 334 3165307 entro giovedi 9 novembre 2017.

 

Cos’è la mente sistemica

Avete mai provato a smettere improvvisamente di fare qualcosa che tutti davano per scontato fosse compito vostro? cosa accade intorno a voi? gli altri approvano, protestano o vi sostituiscono? Come si modificano le vostre relazioni? Appartenete ad un sistema (familiare, di lavoro, scolastico, sportivo, di comunità) rigido o flessibile?

Avere una mente sistemica significa essere consapevoli in ogni momento dell’influenza che il nostro comportamento ha sulle persone che fanno parte della nostra vita e viceversa degli effetti del comportamento degli altri su di noi. Tutti noi apparteniamo a più sistemi: famiglia, scuola, lavoro, sport; da essi siamo influenzati e su di essi esercitiamo la nostra influenza.

un sistema non è semplicemente un gruppo di persone: è un insieme di relazioni. All’interno di queste relazioni si disegnano le traiettorie di vita delle persone.

La nascita di un bambino trasforma la coppia in famiglia, modifica le relazioni fra i due partner; coloro che prima erano genitori salgono di una generazione e diventano nonni; le abitudini della coppia si modificano e capita che uno dei due partner si distanzi dall’altro e stringa un legame più assiduo con un genitore, o al contrario la coppia può concentrarsi sul figlio e aumentare la distanza con nonni precedentemente in posizione centrale. Un cambiamento di ruolo nell’ambiente di lavoro può incentivare la motivazione di un collaboratore prima poco attivo; talvolta il passaggio da collaboratore a leader di un gruppo può essere al contrario un fattore di forte stress che fa precipitare la produttività. A scuola, un sistema di adulti che esercita un controllo attivo depotenzia il bullismo che invece dilaga se il sistema dei ragazzi è lasciato solo a difendersi. In una squadra sportiva obiettivi e ruoli chiaramente assegnati e condivisi possono condurre al successo, ma è sufficiente che essi non siano adeguati anche ad un solo giocatore per mettere in difficoltà l’intero team. Così, la felicità e la sofferenza mentale non sono prodotti esclusivamente individuali ma sono a pieno titolo relazionali: la medesima persona in sistemi diversi può provare emozioni e mettere in atto comportamenti molto diversi fra loro. Per questi motivi se si vuole aiutare un individuo – soprattutto bambino o adolescente – ad uscire da uno stato di sofferenza è necessario agire sulle relazioni primarie in cui è immerso e aiutare innanzitutto il gruppo a cui appartiene. Su questi principi si fonda la psicoterapia sistemica familiare e relazionale.

la lettera motivazionale efficace

Cos’è una lettera motivazionale? possiamo definirla come un messaggio che accompagna il curriculum e che comunica al destinatario le ragioni per cui si desidera diventare suoi collaboratori.

La mia prima lettera motivazionale l’ho scritta negli anni ’90: allegata (fisicamente) al curriculum scritto con la macchina da scrivere e spedito per posta (vera); funzionò, venni chiamata e poi assunta da un’Azienda che produceva arredamenti come responsabile di show room e progettista multitasking. Negli anni ’90 le lettere motivazionali si scrivevano a mano. I selezionatori avrebbero potuto reperire informazioni sul candidato osservando la calligrafia, gli spazi, la forma, la cura usate nello scrivere.

Altri tempi? sì. Difficile oggi scrivere una lettera motivazionale che funzioni? no. Vediamo come.

  1. cura l’intestazione: inserire i propri dati e recapiti completi, nome ed indirizzo completi dell’Azienda destinataria (non li sai? cercali sul web!), luogo, data, oggetto e nome cognome titolo della persona alla cui cortese attenzione si sta scrivendo. Non sai a chi scrivere? di nuovo, fai ricerche sull’oggetto dei tuoi desideri, puoi persino telefonare e chiedere, se serve.
  2. chiarisci a te stesso i tuoi obiettivi/1: a quale posizione aspiri? dipendente, free lance, tirocinante? questa fase richiede una riflessione approfondita: se non hai propensione al rischio e hai bisogno di uno stipendio fisso, opta per la prima o terza posizione.
  3. chiarisci a te stesso i tuoi obiettivi/2: cosa vuoi andarci a fare in quell’Azienda? c’è una posizione aperta per cui ti proponi o la tua è una candidatura spontanea? in entrambi i casi sii chiaro e specifica cosa ti piacerebbe fare, affiancando la disponibilità per una seconda mansione ma non per ‘qualsiasi cosa’. Appariresti incerto e poco chiaro.
  4. proponi: cosa puoi offrire tu, proprio tu – con le tue competenze anziché con i tuoi titoli – a quell’Azienda? qual è il tuo valore aggiunto?
  5. informati e fai vedere che sai a chi stai scrivendo: questa è la chiave del successo della tua lettera. Le persone – e quindi le Aziende – amano essere scelte ed essere ‘conosciute’. Prendi informazioni su di essa, visita il sito, cerca di comprenderne la struttura, il funzionamento, la vision, la mission. Una semplice frase come “ho visto che vi occupate di…che i vostri prodotti sono… sono interessato alla vostra modalità di produzione…conosco il vostro catalogo…” mostra al destinatario che il tuo interesse è reale e che potresti davvero essergli utile.
  6. adatta il linguaggio: se stai scrivendo ad un prestigioso Ateneo o studio legale dovrai usare un linguaggio formale; più libero invece se ti candidi presso uno studio di grafica creativa. Qualsiasi sia il destinatario, cura la lingua italiana e non offendere la grammatica e la sintassi.
  7. ti stai chiedendo quale sia il linguaggio informale? questo articolo ne è un esempio 🙂

…ora puoi buttare giù due righe. Se ti è piaciuto questo articolo lascia un commento; se non ti è piaciuto, un suggerimento. Buon lavoro!

Svogliatezza o…demotivazione?

“sei svogliato!” è una frase molto ricorrente nella nostra cultura. Viene rivolta a bambini, ragazzi e adulti, a scuola e nell’ambiente di lavoro. Di solito, l’effetto che si ottiene è nullo: la persona continua a svolgere poche attività o può ridurle ulteriormente fino ad azzerarle. La mancanza di attività richiede invece molta attenzione e può essere spia di scarsa autostima, mancanza di obiettivi o presenza di obiettivi irraggiungibili; può esprimersi con basso tono dell’umore o al contrario con agitazione e comportamenti caotici. In questi casi, è essenziale sospendere immediatamente il giudizio: la svogliatezza è in realtà forte mancanza di motivazione. Il recupero della motivazione può avvenire solo se la persona è messa in condizione di riflettere su sé stessa e di comunicare quali siano i propri scopi e le proprie emozioni senza il timore di essere giudicata.

Il bambino interiore in terapia familiare

 

Prendersi cura del bambino che ciascun genitore è stato è l’unico modo che conosco per aiutare i bambini e gli adolescenti che le famiglie portano in terapia. E’ importante dare voce a quel bambino nascosto, a volte dimenticato, che chiede dopo decenni di essere visto. I figli traggono grande beneficio dall’ascolto dei bisogni, delle paure e delle gioie dei piccoli che i loro genitori sono stati; i genitori possono dare spazio a emozioni e pensieri che ritenevano di dover nascondere e che per questo si trasformano in rabbia, silenzi, incomprensioni. Realisticamente, sono proprio i figli ad accorgersi per primi che quei bimbi di tanti anni fa chiedono udienza e con i loro ‘sintomi’ portano la famiglia in terapia in modo che vengano finalmente ascoltati.

La prevenzione del suicidio in adolescenza

Un evento gratuito per acquisire informazioni chiare sul delicato tema della prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo in adolescenza. In che modo la psicologia spiega questi preoccupanti fenomeni? Come intervenire? Quali sono i fattori di rischio, quali i fattori di protezione per i propri figli? Quando la psicoterapia può essere d’aiuto? Quali segnali deve poter cogliere la famiglia? Risponderemo a queste domande durante l’incontro, rivolto a genitori, insegnanti, educatori e a tutti gli adulti che desiderano essere informati e partecipare attivamente ad una cultura della prevenzione.

Come va con me?

Ho imparato a fare questa domanda grazie ad una mia didatta che durante le sue giornate di formazione aveva l’abitudine di chiedere a noi allievi come ci sentissimo nella relazione con lei. Credo sia una domanda essenziale per la buona riuscita di una relazione, sia essa formativa, terapeutica, professionale, passionale, educativa, genitore-figlio. Si tratta di un quesito da porre con delicatezza e attenzione: il tono di voce e l’espressione del volto devono essere autentici, interrogativi ma non supplichevoli o minacciosi, genuinamente curiosi, in ascolto. Si corre infatti il rischio di inviare implicitamente all’allievo, al paziente, al partner, al collaboratore, all’alunno, al figlio, una richiesta di rassicurazione, una sorta di “dammi conferma della bontà del mio modo di fare”: questo appesantirebbe la relazione e farebbe sentire l’altro costretto ad essere condiscendente. Prima di porre il quesito è essenziale domandarsi se si è liberi dal bisogno di essere confermati e pronti a ricevere critiche e, se necessario, a cambiare. Se sì, con questa semplice domandasi darà respiro alla relazione, rilanciandola su basi rinnovate e consentendo la crescita di tutte le persone coinvolte in essa.

una nota per te: cos’è la motivazione

Diversamente da ciò che riporta il senso comune, la motivazione è un aspetto molto complesso della vita delle persone. Non riguarda solo le prestazioni sportive, scolastiche o lavorative, ma anche le più comuni azioni quotidiane come mangiare, bere, uscire, vestirsi, amare. Non è semplicemente presente o assente; l’assenza di motivazione in un ambito può corrispondere a presenza di forte motivazione in un altro, spesso invisibile. Essa è costituita da numerose componenti, fra le quali quella emotiva ha un ruolo centrale. A livello cerebrale i circuiti della motivazione comunicano con i centri di regolazione delle sensazioni corporee, delle emozioni e con le aree della valutazione razionale. Un intervento motivazionale efficace deve valutare tutte le componenti della motivazione affinché la persona possa spogliarsi dell’etichetta “svogliato” e iniziare a pensare a sé stessa come ad un individuo motivato in direzione di uno o più specifici obiettivi.

L’illusione di raggiungere il benessere senza cambiare sé stessi: malattia, dialogo, relazioni & co.

aquiloni

Come mai tante persone sono diffidenti nei confronti della psicoterapia? Come mai la stessa viene spesso indicata con eufemismi (uno dei più graziosi che ho letto in questi giorni: “terapia del dialogo”) come se non fosse pronunciabile? Perché piacciono tanto al pubblico testimonianze disperate di persone che raccontano di lottare senza soluzione contro la disgrazia del disagio psichico citando la psicoterapia come un dolce palliativo che nulla può contro “il male”? Come mai il disagio psichico viene descritto come malattia, quindi come qualcosa da eliminare, che risiede nella persona malata/difettosa ma rispetto alla quale la persona è impotente/non ha alcun ruolo?

Mi faccio la fantasia che una potente emozione collettiva sostenga questi stereotipi: la paura. Paura di cosa? Andiamo con ordine.

  1. paura di essere giudicati e diagnosticati. Il significato del termine diagnosi – dal greco dia/gnosis come attraversamento/divisione della conoscenza – è andato perduto, pare. Per diagnosi spesso non si intende fare chiarezza quanto piuttosto etichettare. A nessuno piace essere giudicato, soprattutto se si teme di essere giudicati “pazzi” o “malati”. In realtà quando si tratta di sofferenza emotiva non è opportuno usare questi termini e compito dello psicoterapeuta non è mettere etichette ma dare significato ai sintomi, aiutando a comprendere cosa ci stanno comunicando (sì, i sintomi sono mezzi di comunicazione, potenti per giunta).
  2. paura di cambiare. Molte persone quando si trovano travolte da un sintomo fastidioso – se non doloroso – desiderano solo liberarsene. Ma non desiderano, solitamente, cambiare. Vogliono che il sintomo se ne vada senza cambiare nulla di sé e della propria vita. Anzi. Molti sintomi si sviluppano proprio quando si cerca di resistere a cambiamenti inevitabili: la crescita è uno di questi, così come la perdita di persone care o di legami importanti, o l’ingresso nel mondo del lavoro, o la fine della vita lavorativa, la nascita di un figlio e molti altri snodi esistenziali. Lo psicoterapeuta aiuta a riconoscere le richieste provenienti dall’ambiente e a trovare un modo di rispondere non sintomatico a queste richieste.Pensare di liberarsi da un sintomo senza cambiare niente di sé e della propria vita è irrealistico e conduce al fallimento di molte terapie. Talvolta, è presente la determinazione a non voler in alcun modo cambiare: molte persone non vogliono assolutamente uscire dai loro sintomi. Si identificano con essi e necessitano di mantenere attivo il copione fatto di sofferenza, uso improprio di farmaci (da distinguere da un uso mirato, controllato e calibrato), ricorso a terapie alternative per prove ed errori, fallimento di tutti questi tentativi di soluzione e riavvio di un nuovo copione identico al precedente. Compito del terapeuta è riconoscere il copione e comprendere in che modo è utile al paziente.
  3. paura di dipendere. Molte persone sviluppano sintomi ansiosi quando sentono di dover dipendere da qualcuno nella loro vita. Quando si avvia un processo terapeutico, per un po’ si dipende – nel senso di affidarsi e lasciarsi guidare – parzialmente dal terapeuta. E’ compito dello psicoterapeuta comprendere la natura e il grado di intensità di questo legame, farlo comprendere al paziente e instaurare una relazione terapeutica adeguata che non ripeta per il paziente il doloroso cliché della sua vita, nella quale forse dipendere è stato ed è un problema.
  4. paura di stringere un legame diverso da quelli familiari. Per alcune persone confidarsi con un estraneo costituisce quasi un tradimento nei confronti dei propri cari. Il terapeuta non è in competizione con i familiari del suo paziente, ma ha il compito di trasmettere fiducia e speranza garantendo uno spazio riservato e protetto nel quale poter esporre i propri dubbi liberamente e senza subire giudizi.
  5. paura di ammettere i propri limiti. Prima fase del problem solving: per risolvere un problema bisogna ammettere di averlo. Questo è compito del paziente. Lui e soltanto lui potrà decidere quando riconoscere di avere un problema, alzare la cornetta del telefono e fissare un appuntamento con uno psicoterapeuta. Seconda fase del problem solving: comprendere quale sia il problema: questo è compito dello psicoterapeuta.

La psicoterapia è un processo complesso; spesso è irrealistico aspettarsi che sia breve, che sia facile, che sia comoda, ma è irrealistico anche descriverla come una chiacchierata, uno scambio di idee, un insieme più o meno finito di incontri senza obiettivi e pieni di parole. Il processo terapeutico si realizza all’interno di una relazione tra il paziente/cliente e il terapeuta e in cui entrambi giocano un ruolo attivo e determinante. Nessuna terapia può funzionare senza un terapeuta competente e un paziente motivato a cambiare.

Alessandra Spera

 

1 2