La Prevenzione del Suicidio in Adolescenza

 

 

 

 

Un tema delicato su cui è necessario rompere il silenzio per parlarne in ottica preventiva. Famiglia, scuola e l’intera comunità possono affidarsi alla psicologia e agli specialisti che si occupano del funzionamento mentale per comprendere il fenomeno e proteggere i propri figli dal rischio suicidario. Una prevenzione efficace coinvolge tutti i sistemi di appartenenza dell’adolescente, durante questo seminario gratuito proporremo riflessioni e strategie preventive.

Cos’è la mente sistemica

Avete mai provato a smettere improvvisamente di fare qualcosa che tutti davano per scontato fosse compito vostro? cosa accade intorno a voi? gli altri approvano, protestano o vi sostituiscono? Come si modificano le vostre relazioni? Appartenete ad un sistema (familiare, di lavoro, scolastico, sportivo, di comunità) rigido o flessibile?

Avere una mente sistemica significa essere consapevoli in ogni momento dell’influenza che il nostro comportamento ha sulle persone che fanno parte della nostra vita e viceversa degli effetti del comportamento degli altri su di noi. Tutti noi apparteniamo a più sistemi: famiglia, scuola, lavoro, sport; da essi siamo influenzati e su di essi esercitiamo la nostra influenza.

un sistema non è semplicemente un gruppo di persone: è un insieme di relazioni. All’interno di queste relazioni si disegnano le traiettorie di vita delle persone.

La nascita di un bambino trasforma la coppia in famiglia, modifica le relazioni fra i due partner; coloro che prima erano genitori salgono di una generazione e diventano nonni; le abitudini della coppia si modificano e capita che uno dei due partner si distanzi dall’altro e stringa un legame più assiduo con un genitore, o al contrario la coppia può concentrarsi sul figlio e aumentare la distanza con nonni precedentemente in posizione centrale. Un cambiamento di ruolo nell’ambiente di lavoro può incentivare la motivazione di un collaboratore prima poco attivo; talvolta il passaggio da collaboratore a leader di un gruppo può essere al contrario un fattore di forte stress che fa precipitare la produttività. A scuola, un sistema di adulti che esercita un controllo attivo depotenzia il bullismo che invece dilaga se il sistema dei ragazzi è lasciato solo a difendersi. In una squadra sportiva obiettivi e ruoli chiaramente assegnati e condivisi possono condurre al successo, ma è sufficiente che essi non siano adeguati anche ad un solo giocatore per mettere in difficoltà l’intero team. Così, la felicità e la sofferenza mentale non sono prodotti esclusivamente individuali ma sono a pieno titolo relazionali: la medesima persona in sistemi diversi può provare emozioni e mettere in atto comportamenti molto diversi fra loro. Per questi motivi se si vuole aiutare un individuo – soprattutto bambino o adolescente – ad uscire da uno stato di sofferenza è necessario agire sulle relazioni primarie in cui è immerso e aiutare innanzitutto il gruppo a cui appartiene. Su questi principi si fonda la psicoterapia sistemica familiare e relazionale.

Svogliatezza o…demotivazione?

“sei svogliato!” è una frase molto ricorrente nella nostra cultura. Viene rivolta a bambini, ragazzi e adulti, a scuola e nell’ambiente di lavoro. Di solito, l’effetto che si ottiene è nullo: la persona continua a svolgere poche attività o può ridurle ulteriormente fino ad azzerarle. La mancanza di attività richiede invece molta attenzione e può essere spia di scarsa autostima, mancanza di obiettivi o presenza di obiettivi irraggiungibili; può esprimersi con basso tono dell’umore o al contrario con agitazione e comportamenti caotici. In questi casi, è essenziale sospendere immediatamente il giudizio: la svogliatezza è in realtà forte mancanza di motivazione. Il recupero della motivazione può avvenire solo se la persona è messa in condizione di riflettere su sé stessa e di comunicare quali siano i propri scopi e le proprie emozioni senza il timore di essere giudicata.

La psicoterapia con le famiglie ricostituite

 

 

 

Come aiutare un figlio di genitori separati che presenta difficoltà scolastiche, agitazione, ansia o difficoltà alimentari? Il lavoro più veloce ed economico è quello effettuato convocando in seduta il figlio ed eventuali fratelli insieme ai genitori. La famiglia separata ha a disposizione risorse che talvolta si pensa siano andate perdute con la fine del matrimonio o della convivenza; in terapia è possibile farle emergere e potenziarle. Ulteriore fonte di risorse sono i fratelli nati da nuove unioni degli ex-partner e grande aiuto può scaturire dalle sedute congiunte alla presenza dei nuovi partner dei genitori. L’incontro familiare, prima per sottogruppi e poi congiunto consente di mettere in comunicazione tutti i membri della famiglia allargata e di trovare insieme strategie nuove per aiutare il figlio.

Il bambino interiore in terapia familiare

 

Prendersi cura del bambino che ciascun genitore è stato è l’unico modo che conosco per aiutare i bambini e gli adolescenti che le famiglie portano in terapia. E’ importante dare voce a quel bambino nascosto, a volte dimenticato, che chiede dopo decenni di essere visto. I figli traggono grande beneficio dall’ascolto dei bisogni, delle paure e delle gioie dei piccoli che i loro genitori sono stati; i genitori possono dare spazio a emozioni e pensieri che ritenevano di dover nascondere e che per questo si trasformano in rabbia, silenzi, incomprensioni. Realisticamente, sono proprio i figli ad accorgersi per primi che quei bimbi di tanti anni fa chiedono udienza e con i loro ‘sintomi’ portano la famiglia in terapia in modo che vengano finalmente ascoltati.

La terapia familiare può aiutare gli adulti?

 

 

Alessandra Spera studio psicoterapia

 

La risposta è sì. Il lavoro sulle relazioni familiari è un elemento cardine per il raggiungimento del benessere personale e lo è ancora di più per uscire da situazioni di faticoso malessere. Ansia, depressione, insonnia, ipocondria trovano terreno fertile in contesti familiari in cui la comunicazione è interrotta o paradossale: squalifica, conflitti, eccesso di richieste, aspettative troppo alte ma anche silenzi, solitudini, esclusioni possono condurre le persone a sviluppare sintomi. I sintomi sono mezzi di comunicazione e la terapia familiare si occupa di dare voce ad essi e comprenderne il significato all’interno del contesto familiare, sia alla presenza dei familiari in seduta sia nella psicoterapia relazionale individuale. Così, singole persone che desiderano lavorare su di sé, fratelli adulti, membri di aziende a conduzione familiare possono recuperare serenità superando i blocchi comunicativi e ristabilendo relazioni efficaci.

La prevenzione del suicidio in adolescenza

Un evento gratuito per acquisire informazioni chiare sul delicato tema della prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo in adolescenza. In che modo la psicologia spiega questi preoccupanti fenomeni? Come intervenire? Quali sono i fattori di rischio, quali i fattori di protezione per i propri figli? Quando la psicoterapia può essere d’aiuto? Quali segnali deve poter cogliere la famiglia? Risponderemo a queste domande durante l’incontro, rivolto a genitori, insegnanti, educatori e a tutti gli adulti che desiderano essere informati e partecipare attivamente ad una cultura della prevenzione.

Come va con me?

Ho imparato a fare questa domanda grazie ad una mia didatta che durante le sue giornate di formazione aveva l’abitudine di chiedere a noi allievi come ci sentissimo nella relazione con lei. Credo sia una domanda essenziale per la buona riuscita di una relazione, sia essa formativa, terapeutica, professionale, passionale, educativa, genitore-figlio. Si tratta di un quesito da porre con delicatezza e attenzione: il tono di voce e l’espressione del volto devono essere autentici, interrogativi ma non supplichevoli o minacciosi, genuinamente curiosi, in ascolto. Si corre infatti il rischio di inviare implicitamente all’allievo, al paziente, al partner, al collaboratore, all’alunno, al figlio, una richiesta di rassicurazione, una sorta di “dammi conferma della bontà del mio modo di fare”: questo appesantirebbe la relazione e farebbe sentire l’altro costretto ad essere condiscendente. Prima di porre il quesito è essenziale domandarsi se si è liberi dal bisogno di essere confermati e pronti a ricevere critiche e, se necessario, a cambiare. Se sì, con questa semplice domandasi darà respiro alla relazione, rilanciandola su basi rinnovate e consentendo la crescita di tutte le persone coinvolte in essa.

una nota per te: cos’è la motivazione

Diversamente da ciò che riporta il senso comune, la motivazione è un aspetto molto complesso della vita delle persone. Non riguarda solo le prestazioni sportive, scolastiche o lavorative, ma anche le più comuni azioni quotidiane come mangiare, bere, uscire, vestirsi, amare. Non è semplicemente presente o assente; l’assenza di motivazione in un ambito può corrispondere a presenza di forte motivazione in un altro, spesso invisibile. Essa è costituita da numerose componenti, fra le quali quella emotiva ha un ruolo centrale. A livello cerebrale i circuiti della motivazione comunicano con i centri di regolazione delle sensazioni corporee, delle emozioni e con le aree della valutazione razionale. Un intervento motivazionale efficace deve valutare tutte le componenti della motivazione affinché la persona possa spogliarsi dell’etichetta “svogliato” e iniziare a pensare a sé stessa come ad un individuo motivato in direzione di uno o più specifici obiettivi.

Cambiare la propria vita con la psicoterapia

“la psicoterapia non è pratica, io ho bisogno di un aiuto concreto”. E’ davvero così astratta la psicoterapia? qual è l’aiuto concreto che la psicoterapia può dare? come abbiamo visto in un passato articolo (lo trovi qui), obiettivo della psicoterapia è il cambiamento. Ok, ma se io non riesco a dormire da settimane, se sono costantemente preoccupato per la mia salute, se a scuola i prof mi dicono che sono svogliato, se con mio fratello non parlo più da dieci anni, se non riesco a trovare un partner e a rimanerci insieme, come può la psicoterapia aiutarmi a cambiare le cose? vediamo di seguito in che modo:

  • prima fase del problem solving: ammettere di avere un problema. “non dormo e questo non mi va”
  • seconda fase: comprensione del problema. Ok, non dormo. A cosa penso mentre mi rigiro nel letto? Cosa è successo nel periodo in cui ho smesso di dormire? Ci sono stati – o ci saranno a breve- cambiamenti in famiglia? Ho avuto perdite o ho paura di averne a breve? Come vanno le relazioni con le persone importanti della mia vita?  la psicoterapia aiuta a porsi le domande utili a capire la natura pratica del nostro problema. Questo processo si chiama “diagnosi”.
  • terza fase: scomporre il problema in parti più piccole. Ad esempio, non dormo poiché penso continuamente che il mio partner mi lascerà. Come faccio a saperlo? Dove ho imparato ad aspettarmi questo? Che modelli di coppia ho in mente? Che immagine ho di me? le componenti del problema “non dormo” potrebbero essere quindi “comunicazione insufficiente” + “aspettative negative” + “modelli di coppia fragili” + “autostima bassa”. Siamo ancora in una fase diagnostica.
  • quarta fase: scelta della/delle componenti da modificare. Ad esempio, chiedere chiarimenti al partner con un linguaggio diretto  e schietto è una capacità che può essere acquisita in psicoterapia. In realtà si può acquisire anche in percorsi non psicoterapeutici, ma se sin da piccoli ogni volta che ci esprimevamo in modo diretto venivamo rimproverati, o ignorati o puniti allora è possibile che la psicoterapia sia l’intervento più indicato. Non si può comunicare in modo diretto e schietto se si ha una bassa autostima/un’immagine di sé svalutata. Questa fase corrisponde alla definizione degli obiettivi terapeutici.
  • quinta fase: avvio del cambiamento. Si stabilisce come modificare il proprio comportamento nella vita quotidiana per raggiungere l’obiettivo stabilito. E’una fase faticosa: richiede assunzione di responsabilità e tolleranza di un minimo rischio. Che emozioni provo al pensiero di cambiare? è  molto importante riconoscere chiaramente le proprie emozioni. Talvolta una grande paura serve a non contattare emozioni più profonde, come ad esempio la tristezza che sopraggiunge all’idea di perdere qualcuno.
  • sesta fase: valutazione dei cambiamenti sperimentati; tolleranza delle inevitabili frustrazioni, ricerca di nuove strategie e di nuovi comportamenti da mettere in atto. Ricerca di risorse personali, ambientali e sociali; talvolta possono essere reperite rileggendo la propria storia. La rilettura e l’attribuzione di nuovi significati può dare vita a una nuova immagine di sé innescando il cambiamento.

Cosa ne pensate di questo articolo? aspetto i vostri commenti!

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