Cos’è la mente sistemica

Avete mai provato a smettere improvvisamente di fare qualcosa che tutti davano per scontato fosse compito vostro? cosa accade intorno a voi? gli altri approvano, protestano o vi sostituiscono? Come si modificano le vostre relazioni? Appartenete ad un sistema (familiare, di lavoro, scolastico, sportivo, di comunità) rigido o flessibile?

Avere una mente sistemica significa essere consapevoli in ogni momento dell’influenza che il nostro comportamento ha sulle persone che fanno parte della nostra vita e viceversa degli effetti del comportamento degli altri su di noi. Tutti noi apparteniamo a più sistemi: famiglia, scuola, lavoro, sport; da essi siamo influenzati e su di essi esercitiamo la nostra influenza.

un sistema non è semplicemente un gruppo di persone: è un insieme di relazioni. All’interno di queste relazioni si disegnano le traiettorie di vita delle persone.

La nascita di un bambino trasforma la coppia in famiglia, modifica le relazioni fra i due partner; coloro che prima erano genitori salgono di una generazione e diventano nonni; le abitudini della coppia si modificano e capita che uno dei due partner si distanzi dall’altro e stringa un legame più assiduo con un genitore, o al contrario la coppia può concentrarsi sul figlio e aumentare la distanza con nonni precedentemente in posizione centrale. Un cambiamento di ruolo nell’ambiente di lavoro può incentivare la motivazione di un collaboratore prima poco attivo; talvolta il passaggio da collaboratore a leader di un gruppo può essere al contrario un fattore di forte stress che fa precipitare la produttività. A scuola, un sistema di adulti che esercita un controllo attivo depotenzia il bullismo che invece dilaga se il sistema dei ragazzi è lasciato solo a difendersi. In una squadra sportiva obiettivi e ruoli chiaramente assegnati e condivisi possono condurre al successo, ma è sufficiente che essi non siano adeguati anche ad un solo giocatore per mettere in difficoltà l’intero team. Così, la felicità e la sofferenza mentale non sono prodotti esclusivamente individuali ma sono a pieno titolo relazionali: la medesima persona in sistemi diversi può provare emozioni e mettere in atto comportamenti molto diversi fra loro. Per questi motivi se si vuole aiutare un individuo – soprattutto bambino o adolescente – ad uscire da uno stato di sofferenza è necessario agire sulle relazioni primarie in cui è immerso e aiutare innanzitutto il gruppo a cui appartiene. Su questi principi si fonda la psicoterapia sistemica familiare e relazionale.

L’illusione di raggiungere il benessere senza cambiare sé stessi: malattia, dialogo, relazioni & co.

aquiloni

Come mai tante persone sono diffidenti nei confronti della psicoterapia? Come mai la stessa viene spesso indicata con eufemismi (uno dei più graziosi che ho letto in questi giorni: “terapia del dialogo”) come se non fosse pronunciabile? Perché piacciono tanto al pubblico testimonianze disperate di persone che raccontano di lottare senza soluzione contro la disgrazia del disagio psichico citando la psicoterapia come un dolce palliativo che nulla può contro “il male”? Come mai il disagio psichico viene descritto come malattia, quindi come qualcosa da eliminare, che risiede nella persona malata/difettosa ma rispetto alla quale la persona è impotente/non ha alcun ruolo?

Mi faccio la fantasia che una potente emozione collettiva sostenga questi stereotipi: la paura. Paura di cosa? Andiamo con ordine.

  1. paura di essere giudicati e diagnosticati. Il significato del termine diagnosi – dal greco dia/gnosis come attraversamento/divisione della conoscenza – è andato perduto, pare. Per diagnosi spesso non si intende fare chiarezza quanto piuttosto etichettare. A nessuno piace essere giudicato, soprattutto se si teme di essere giudicati “pazzi” o “malati”. In realtà quando si tratta di sofferenza emotiva non è opportuno usare questi termini e compito dello psicoterapeuta non è mettere etichette ma dare significato ai sintomi, aiutando a comprendere cosa ci stanno comunicando (sì, i sintomi sono mezzi di comunicazione, potenti per giunta).
  2. paura di cambiare. Molte persone quando si trovano travolte da un sintomo fastidioso – se non doloroso – desiderano solo liberarsene. Ma non desiderano, solitamente, cambiare. Vogliono che il sintomo se ne vada senza cambiare nulla di sé e della propria vita. Anzi. Molti sintomi si sviluppano proprio quando si cerca di resistere a cambiamenti inevitabili: la crescita è uno di questi, così come la perdita di persone care o di legami importanti, o l’ingresso nel mondo del lavoro, o la fine della vita lavorativa, la nascita di un figlio e molti altri snodi esistenziali. Lo psicoterapeuta aiuta a riconoscere le richieste provenienti dall’ambiente e a trovare un modo di rispondere non sintomatico a queste richieste.Pensare di liberarsi da un sintomo senza cambiare niente di sé e della propria vita è irrealistico e conduce al fallimento di molte terapie. Talvolta, è presente la determinazione a non voler in alcun modo cambiare: molte persone non vogliono assolutamente uscire dai loro sintomi. Si identificano con essi e necessitano di mantenere attivo il copione fatto di sofferenza, uso improprio di farmaci (da distinguere da un uso mirato, controllato e calibrato), ricorso a terapie alternative per prove ed errori, fallimento di tutti questi tentativi di soluzione e riavvio di un nuovo copione identico al precedente. Compito del terapeuta è riconoscere il copione e comprendere in che modo è utile al paziente.
  3. paura di dipendere. Molte persone sviluppano sintomi ansiosi quando sentono di dover dipendere da qualcuno nella loro vita. Quando si avvia un processo terapeutico, per un po’ si dipende – nel senso di affidarsi e lasciarsi guidare – parzialmente dal terapeuta. E’ compito dello psicoterapeuta comprendere la natura e il grado di intensità di questo legame, farlo comprendere al paziente e instaurare una relazione terapeutica adeguata che non ripeta per il paziente il doloroso cliché della sua vita, nella quale forse dipendere è stato ed è un problema.
  4. paura di stringere un legame diverso da quelli familiari. Per alcune persone confidarsi con un estraneo costituisce quasi un tradimento nei confronti dei propri cari. Il terapeuta non è in competizione con i familiari del suo paziente, ma ha il compito di trasmettere fiducia e speranza garantendo uno spazio riservato e protetto nel quale poter esporre i propri dubbi liberamente e senza subire giudizi.
  5. paura di ammettere i propri limiti. Prima fase del problem solving: per risolvere un problema bisogna ammettere di averlo. Questo è compito del paziente. Lui e soltanto lui potrà decidere quando riconoscere di avere un problema, alzare la cornetta del telefono e fissare un appuntamento con uno psicoterapeuta. Seconda fase del problem solving: comprendere quale sia il problema: questo è compito dello psicoterapeuta.

La psicoterapia è un processo complesso; spesso è irrealistico aspettarsi che sia breve, che sia facile, che sia comoda, ma è irrealistico anche descriverla come una chiacchierata, uno scambio di idee, un insieme più o meno finito di incontri senza obiettivi e pieni di parole. Il processo terapeutico si realizza all’interno di una relazione tra il paziente/cliente e il terapeuta e in cui entrambi giocano un ruolo attivo e determinante. Nessuna terapia può funzionare senza un terapeuta competente e un paziente motivato a cambiare.

Alessandra Spera