Cambiare la propria vita con la psicoterapia

“la psicoterapia non è pratica, io ho bisogno di un aiuto concreto”. E’ davvero così astratta la psicoterapia? qual è l’aiuto concreto che la psicoterapia può dare? come abbiamo visto in un passato articolo (lo trovi qui), obiettivo della psicoterapia è il cambiamento. Ok, ma se io non riesco a dormire da settimane, se sono costantemente preoccupato per la mia salute, se a scuola i prof mi dicono che sono svogliato, se con mio fratello non parlo più da dieci anni, se non riesco a trovare un partner e a rimanerci insieme, come può la psicoterapia aiutarmi a cambiare le cose? vediamo di seguito in che modo:

  • prima fase del problem solving: ammettere di avere un problema. “non dormo e questo non mi va”
  • seconda fase: comprensione del problema. Ok, non dormo. A cosa penso mentre mi rigiro nel letto? Cosa è successo nel periodo in cui ho smesso di dormire? Ci sono stati – o ci saranno a breve- cambiamenti in famiglia? Ho avuto perdite o ho paura di averne a breve? Come vanno le relazioni con le persone importanti della mia vita?  la psicoterapia aiuta a porsi le domande utili a capire la natura pratica del nostro problema. Questo processo si chiama “diagnosi”.
  • terza fase: scomporre il problema in parti più piccole. Ad esempio, non dormo poiché penso continuamente che il mio partner mi lascerà. Come faccio a saperlo? Dove ho imparato ad aspettarmi questo? Che modelli di coppia ho in mente? Che immagine ho di me? le componenti del problema “non dormo” potrebbero essere quindi “comunicazione insufficiente” + “aspettative negative” + “modelli di coppia fragili” + “autostima bassa”. Siamo ancora in una fase diagnostica.
  • quarta fase: scelta della/delle componenti da modificare. Ad esempio, chiedere chiarimenti al partner con un linguaggio diretto  e schietto è una capacità che può essere acquisita in psicoterapia. In realtà si può acquisire anche in percorsi non psicoterapeutici, ma se sin da piccoli ogni volta che ci esprimevamo in modo diretto venivamo rimproverati, o ignorati o puniti allora è possibile che la psicoterapia sia l’intervento più indicato. Non si può comunicare in modo diretto e schietto se si ha una bassa autostima/un’immagine di sé svalutata. Questa fase corrisponde alla definizione degli obiettivi terapeutici.
  • quinta fase: avvio del cambiamento. Si stabilisce come modificare il proprio comportamento nella vita quotidiana per raggiungere l’obiettivo stabilito. E’una fase faticosa: richiede assunzione di responsabilità e tolleranza di un minimo rischio. Che emozioni provo al pensiero di cambiare? è  molto importante riconoscere chiaramente le proprie emozioni. Talvolta una grande paura serve a non contattare emozioni più profonde, come ad esempio la tristezza che sopraggiunge all’idea di perdere qualcuno.
  • sesta fase: valutazione dei cambiamenti sperimentati; tolleranza delle inevitabili frustrazioni, ricerca di nuove strategie e di nuovi comportamenti da mettere in atto. Ricerca di risorse personali, ambientali e sociali; talvolta possono essere reperite rileggendo la propria storia. La rilettura e l’attribuzione di nuovi significati può dare vita a una nuova immagine di sé innescando il cambiamento.

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L’illusione di raggiungere il benessere senza cambiare sé stessi: malattia, dialogo, relazioni & co.

aquiloni

Come mai tante persone sono diffidenti nei confronti della psicoterapia? Come mai la stessa viene spesso indicata con eufemismi (uno dei più graziosi che ho letto in questi giorni: “terapia del dialogo”) come se non fosse pronunciabile? Perché piacciono tanto al pubblico testimonianze disperate di persone che raccontano di lottare senza soluzione contro la disgrazia del disagio psichico citando la psicoterapia come un dolce palliativo che nulla può contro “il male”? Come mai il disagio psichico viene descritto come malattia, quindi come qualcosa da eliminare, che risiede nella persona malata/difettosa ma rispetto alla quale la persona è impotente/non ha alcun ruolo?

Mi faccio la fantasia che una potente emozione collettiva sostenga questi stereotipi: la paura. Paura di cosa? Andiamo con ordine.

  1. paura di essere giudicati e diagnosticati. Il significato del termine diagnosi – dal greco dia/gnosis come attraversamento/divisione della conoscenza – è andato perduto, pare. Per diagnosi spesso non si intende fare chiarezza quanto piuttosto etichettare. A nessuno piace essere giudicato, soprattutto se si teme di essere giudicati “pazzi” o “malati”. In realtà quando si tratta di sofferenza emotiva non è opportuno usare questi termini e compito dello psicoterapeuta non è mettere etichette ma dare significato ai sintomi, aiutando a comprendere cosa ci stanno comunicando (sì, i sintomi sono mezzi di comunicazione, potenti per giunta).
  2. paura di cambiare. Molte persone quando si trovano travolte da un sintomo fastidioso – se non doloroso – desiderano solo liberarsene. Ma non desiderano, solitamente, cambiare. Vogliono che il sintomo se ne vada senza cambiare nulla di sé e della propria vita. Anzi. Molti sintomi si sviluppano proprio quando si cerca di resistere a cambiamenti inevitabili: la crescita è uno di questi, così come la perdita di persone care o di legami importanti, o l’ingresso nel mondo del lavoro, o la fine della vita lavorativa, la nascita di un figlio e molti altri snodi esistenziali. Lo psicoterapeuta aiuta a riconoscere le richieste provenienti dall’ambiente e a trovare un modo di rispondere non sintomatico a queste richieste.Pensare di liberarsi da un sintomo senza cambiare niente di sé e della propria vita è irrealistico e conduce al fallimento di molte terapie. Talvolta, è presente la determinazione a non voler in alcun modo cambiare: molte persone non vogliono assolutamente uscire dai loro sintomi. Si identificano con essi e necessitano di mantenere attivo il copione fatto di sofferenza, uso improprio di farmaci (da distinguere da un uso mirato, controllato e calibrato), ricorso a terapie alternative per prove ed errori, fallimento di tutti questi tentativi di soluzione e riavvio di un nuovo copione identico al precedente. Compito del terapeuta è riconoscere il copione e comprendere in che modo è utile al paziente.
  3. paura di dipendere. Molte persone sviluppano sintomi ansiosi quando sentono di dover dipendere da qualcuno nella loro vita. Quando si avvia un processo terapeutico, per un po’ si dipende – nel senso di affidarsi e lasciarsi guidare – parzialmente dal terapeuta. E’ compito dello psicoterapeuta comprendere la natura e il grado di intensità di questo legame, farlo comprendere al paziente e instaurare una relazione terapeutica adeguata che non ripeta per il paziente il doloroso cliché della sua vita, nella quale forse dipendere è stato ed è un problema.
  4. paura di stringere un legame diverso da quelli familiari. Per alcune persone confidarsi con un estraneo costituisce quasi un tradimento nei confronti dei propri cari. Il terapeuta non è in competizione con i familiari del suo paziente, ma ha il compito di trasmettere fiducia e speranza garantendo uno spazio riservato e protetto nel quale poter esporre i propri dubbi liberamente e senza subire giudizi.
  5. paura di ammettere i propri limiti. Prima fase del problem solving: per risolvere un problema bisogna ammettere di averlo. Questo è compito del paziente. Lui e soltanto lui potrà decidere quando riconoscere di avere un problema, alzare la cornetta del telefono e fissare un appuntamento con uno psicoterapeuta. Seconda fase del problem solving: comprendere quale sia il problema: questo è compito dello psicoterapeuta.

La psicoterapia è un processo complesso; spesso è irrealistico aspettarsi che sia breve, che sia facile, che sia comoda, ma è irrealistico anche descriverla come una chiacchierata, uno scambio di idee, un insieme più o meno finito di incontri senza obiettivi e pieni di parole. Il processo terapeutico si realizza all’interno di una relazione tra il paziente/cliente e il terapeuta e in cui entrambi giocano un ruolo attivo e determinante. Nessuna terapia può funzionare senza un terapeuta competente e un paziente motivato a cambiare.

Alessandra Spera

 

Piccolo vademecum per coppie curiose

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Di seguito alcune domande – naturalmente non esaustive – per valutare lo stato di salute della propria relazione di coppia 🙂

  1. da un po’ di tempo sento mi sento insoddisfatto/a: in quali situazioni? Come mi trovo quando sono col mio partner? Mi sento contento, sereno in sua compagnia o provo noia o tensione?
  2. Abbiamo dei conflitti: come va la mia rabbia? Sento che ho spazio per esprimerla oppure solo uno di noi due ha questa “autorizzazione”?
  3. Abbiamo dei conflitti/2: i litigi ci portano ad una soluzione e/o ad un allentamento della tensione oppure tutto rimane invariato e/o la tensione aumenta?
  4. Non abbiamo mai conflitti: con chi esprimo la mia rabbia? In quali altre situazioni?
  5. Mi fido del mio partner? Oppure ogni tanto do una sbirciatina al cellulare, che non si sa mai?
  6. Come va con i figli? Possiamo stare soli senza di loro?
  7. Come va con i figli/2? Possiamo stare tutti insieme e con ciascuno di loro?
  8. Come vivo gli spazi individuali e personali miei e del mio partner?
  9. Come va con le famiglie di origine? Mi sento ‘tra due fuochi’, in bilico tra le due lealtà o il mio partner è al primo posto?
  10. Come vivo la sessualità? Ci sono difficoltà di erezione, infiammazioni vaginali, eiaculazione precoce o infertilità? Come vivo queste difficoltà?

Prova a rispondere a queste domande e se ti va scrivi nei commenti le tue considerazioni o ulteriori tue domande.

Se alcune di queste domande ti incuriosiscono, ti appartengono…o ti fanno arrabbiare, sono a disposizione per chiarire meglio alcuni concetti. A breve, sul mio sito www.alessandraspera.it un articolo sulla relazione di coppia. A presto!.

Alessandra Spera

 

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