Niente scuola, niente lavoro: come aiutare i figli a ritrovare la motivazione

Tuo figlio non frequenta nessuna scuola e non cerca lavoro.

Hai mai sentito parlare del fenomeno dei NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training)?

Il NEET è il giovane che non studia e non lavora, vive  con i genitori e non sembra avere un progetto di vita, situazione che in Italia riguarda più del 25 % dei giovani (trovi un po’ di dati qui )

Mancanza di speranza, cattive notizie inerenti il lavoro, precarietà sembrano scoraggiare così tanto i giovani da indurli a smettere di studiare senza impegnarsi in nessun altro percorso.

Certo il contesto in cui un fenomeno si verifica è importante; il tema del lavoro è poi intriso di pregiudizi e di un alone di disfattismo, alimentato dagli oggettivi cambiamenti socioeconomici che hanno profondamente trasformato il rapporto fra domanda e offerta di lavoro.

E se non fosse tutto qui? davvero il fenomeno NEET è riconducibile alla sola crisi economica?

o forse, in alcuni casi,  la crisi potrebbe essere un mezzo attraverso cui il figlio comunica qualcosa di diverso, che non si può esprimere a parole?

In Italia è notoriamente lunga la permanenza dei figli nella casa dei genitori; il distacco dal nido è quasi ritenuto un rifiuto, una sorta di ‘tradimento’ nei confronti delle aspettative di vicinanza del padre e della madre. Se questo fenomeno è culturalmente piuttosto radicato nel nostro Paese, facilmente può inasprirsi e condurre al blocco decisionale ed esistenziale, una sorta di ‘sciopero‘ e di ‘no’ permanente in alcuni casi, una strategia per rimanere ‘piccoli‘ ad oltranza in altri.

Spesso, nella mia pratica clinica quotidiana, mi viene chiesto di sbloccare situazioni in cui un figlio che vive ancora in famiglia sembra non mostrare motivazione verso alcuno scopo. Talvolta è il figlio stesso a chiamare; più spesso è un genitore, frequentemente il padre, che mi chiede una consulenza per aiutare il giovane ad uscire dalla fase di stallo.

Una situazione di inattività nei figli preoccupa molto i genitori; può produrre  conflitti e gelosie (spesso verso il fratello già ‘affermato’ sul lavoro o nello studio). In famiglia le distanze aumentano e l’ansia si traduce in rabbia, mancanza di sonno, somatizzazioni in uno o più membri della famiglia. Le decisioni vengono prese in modo impulsivo o casuale; il ragazzo – e la famiglia – agisce ignorando attitudini, vissuti emotivi, interessi, capacità, valori personali che lo caratterizzano; non tiene conto cioè della sua reale motivazione. 

 

Ma perché un figlio può giungere a comportarsi così? La motivazione è in realtà sempre presente; in caso di stallo esistenziale essa è però orientata in modo disfunzionale, in direzione di obiettivi emotivamente importanti per il ragazzo ma che lo conducono allautosabotaggio.

 

Vediamo alcuni esempi di scenari possibili in caso di obiettivi emotivi disfunzionali: :

  • caratteristiche personali e modo di essere  del giovane molto diversi da quelli desiderati dai genitori: il figlio tende ad obiettivi che pensa siano disapprovati dalla famiglia, così vi rinuncia.
  • scarsa autonomia decisionale del giovane in famiglia: fare il NEET diventa un modo per esercitare potere.
  • scarsa autostima: il giovane si sente inadeguato rispetto al mondo esterno e si protegge evitando di affrontarlo.
  • il figlio percepisce estremamente solo uno o entrambi i genitori: per rimanere accanto a loro, rinuncia al suo percorso di vita.
  • presenza di problemi gravi in famiglia tanto da far ritenere al figlio che preoccupare i genitori con il suo blocco esistenziale possa fungere da ‘distrattore’

Non di rado, il giovane che si sente forzato a uscire dall’impasse può presentare attacchi di panico apparentemente inspiegabili. Talvolta è presente nella storia familiare un membro della famiglia che ne ha sofferto o ne soffre, di solito in relazione a prestazioni da sostenere e/o obiettivi da raggiungere.

Cosa fare? Può essere utile un intervento di Career Counseling? O è necessario mettere in atto qualcosa di diverso, che coinvolga tutta la famiglia?

Se riconosci tuo figlio o la tua famiglia in uno dei punti sopra citati, può essere utile una psicoterapia familiare (se vuoi saperne di più, clicca qui). Rispondo a richieste di questo tipo convocando tutta la famiglia, anche i fratelli del figlio che si trova in fase di blocco, in modo che tutti possano aiutarlo a modificare il proprio modo di percepire se’ stesso e il suo ruolo familiare.

E’ essenziale dare significato al blocco e al panico, se presente. La psicoterapia è l’intervento finalizzato ad attribuire i giusti significati alla sofferenza delle persone.

Una volta sciolto il nodo emotivo, si può integrare la terapia familiare con il percorso individuale di career counseling (ne trovi una descrizione  qui), che restituisca autonomia al ragazzo e gli consenta di formulare il progetto scolastico e/o professionale.

 

Il punto di vista che ti ho appena fornito sul fenomeno NEET è di natura clinica. Tu che ne pensi?

Ci ritroviamo presto, con nuovi appuntamenti sulla motivazione, la terapia familiare e il career counseling!

 

 

 

 

 

 

 

 

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